Trama e informazioni
Con Inland Empire - L’impero della mente, David Lynch porta alle conseguenze più radicali la propria idea di cinema. Il punto di partenza è riconoscibile: un’attrice, un ruolo importante, un film segnato da un passato oscuro. La narrazione, però, si frantuma presto in una successione di identità instabili, scene che sembrano ricordarsi a vicenda e passaggi fra Hollywood, spazi domestici e dimensioni difficili da collocare. Laura Dern sostiene il film con una prova fisica e mutevole, seguendo Nikki oltre ogni certezza narrativa. Lynch la riprende in digitale a definizione standard, sfruttandone deliberatamente la grana ruvida, le deformazioni e la libertà di movimento. Non cerca la levigatezza della pellicola: trasforma l’imperfezione dell’immagine in una fonte costante di inquietudine. Nelle sue tre ore, Inland Empire non propone un rompicapo dotato di una soluzione unica. Lavora piuttosto attraverso ripetizioni, associazioni, suoni e improvvise variazioni emotive, chiedendo allo spettatore di attraversarlo senza pretendere coordinate stabili. È un’opera esigente e respingente quanto ipnotica, nella quale il cinema osserva se stesso fino a diventare sogno, paura e perdita d’identità.
